Sweet baby Jesus, Jonas is going to hell.
Il ritorno alla vita, dopo quel pesante sonno, dipingeva sul suo volto una desolazione sottile, velata. Non si affrettava, anzi, rallentava ogni suo gesto. Acuiva il proprio desiderio. Provò un brivido immenso che lo afferrò ai reni e al midollo, corrodendogli lungo la schiena dalla testa ai piedi come un fulmine di ghiaccio: la morte gli fu davanti in tutta la sua evidenza. «Non provo angosce, sono in una angoscia perenne.» Era la solitudine, se n’era servito come di un coltello per minacciare la vita, ed ora questo coltello si rivoltava e gli perforava le viscere. Più nessuno, più nessuna speranza. Non sapeva cosa fare, perché non aveva mai fatto nulla. «Non ho mai fatto nulla di serio, io.»
Aprì un documento word e lo portò davanti a sé, in primo piano, con quella minuzia che metteva nei rari, minimi gesti che erano tutto ciò che gli restava dalla vita, e anche con quella lentezza timorosa che è propria di coloro che non hanno né facilità né l’abitudine a scrivere. Gelo davanti all’atto di scrivere. In tutta la sua vita non aveva mai fatto un gesto che indicasse una così durevole volontà di perseguire uno scopo. E ora, da quel documento in cui quel gesto s’andava fissando, emanava una virtù. Per un lungo momento sentì che c’era finalmente qualcosa nella sua esistenza, e intorno a questa avrebbe ricostruito tutto. Aggrapparsi, ricostruire, aggrapparsi. Scriveva. La piccola carovana di parole, che portava l’esile bagaglio di desideri con cui avrebbe potuto rifornire la sua ragion d’essere, e che egli aveva abbandonato per tanto tempo nel deserto del foglio, l’aveva a stento rimessa in cammino e già si fermava, si ricoricava nel bianco della pagina. Accumulò altra amarezza. «Bah! Un messaggio di più o uno di meno… Non sarà né il primo né l’ultimo.» E dentro di sé: «L’ultimo, sì, certo, l’ultimo.»
Lei improvvisamente gli apparì come una realtà del tutto indipendente alla sua volontà, che con ogni mezzo, senza volerlo, gli rendeva la vita impossibile. «Non sono affatto pazienze, sebbene in tutta la mia vita non abbia fatto che attendere, senza sapere cosa.» Un uomo non può mantenere sempre la lucidità in cui gli appaiono le estreme conseguenze delle sue abitudini.
Quel po’ di vita che gli lasciava era impregnata di lei e lo riportava a lei. Non poteva fare un gesto, pronunciare una parola, andare in un luogo, incontrare qualcuno, senza che una associazione di idee lo riportasse a lei. «Sono perduto, dunque posso tornare da lei ancora.»
Non c’era in lui alcuna risorsa che potesse difenderlo dal dolore. Abituato ad abbandonarsi alla sensazione del momento, incapace di formarsi un’idea generale della vita, in cui si compensassero bene e male, piacere e dolore, non aveva resistito a lungo allo smarrimento morale che gli procurava il dolore. «Sono sazio o non sono sazio.» Le sue sensazioni si riducevano a questa alternativa da apparato digerente.
Sarebbe andato in giro, avrebbe cercato delle persone, avrebbe parlato come se si attendesse da loro qualcosa, come se volesse spartire con loro la vita.
Non avevano più parole né sentimenti per quell’ombra vergognosamente distaccata dal mondo dei vivi, per quello straniero che li guardava con la tenerezza remota e derisoria di un morto. Questa specie di amici preti, pensò, spingono l’ipocrisia al punto di diventare veramente buoni, fin nel loro intimo, per poter dominare più saldamente il loro amico con la finzione della morale. Lo accusavano di una vita casalinga, pantofolaia. Una meschina esistenza da individui con pochi soldi che, chiusi in casa, fuggono avventure e rischi. La sua dissolutezza era puramente mentale. La sua presa di possesso del mondo si sarebbe risolta in un unico gesto e questo gesto non si sarebbe rivolto verso le cose. Ricovero o suicidio. «Quanto a questo, certamente; preferirei morire che scoppiare.»
Aveva scritto “little apple blossom.”
L'anniversario coincide. Questo lido nacque un anno fa da una patetica tempesta affettiva; ora, affinche' il ciclo si chiuda, una patetica tempesta fittizia ne sancisce la morte parziale. Per un anno si chiude. Perche'? Provate a darvi una risposta.
Vanita' esecrabile dell'istinto creativo culturista
M'incontro con l'arte perche' investimento a lungo termine: gia' un basso livello di cultura, lievemente superiore a quello delle masse, mi e' sicuramente piu' utile che un corpo palestrato condannato a decadere con il passar degli anni - il concetto di lungo termine e' qui considerato dall'ottica dell'alterita' che ne ha la prospettiva, io ho solo la profondita', va da se' che quando ragiono in prospettiva non sono io ma un altro, un Genge' qualunque. Se invece la frequentazione accademica dell'arte fosse impregnata da tanta caducita', e regolari visite al fitness center garantissero una vecchiaia in fiore e non compromettessero le dimensioni del pene, oggi sarei assiduo possessore di una membership card all'istituto culturista. Peripezie relative al fine, perche' e' dal fine che tutto ha principio: la vita ha bisogno di essere in qualche modo narcotizzata. Questo tuttavia non rende i musei appetibili. E nelle palestre si continua comunque a sudare. Un aborto vale l'altro.
Manifestarmi attraverso la produzione di materiali astrusi quanto io creda possa bastare a suscitare l'emozione spettatoriale: senza questo fine cosa scriverei a fare? Di certo non per manifesta illusione di liberta' espressiva. La liberta' espressiva e' sempre influenzata, quindi compromessa: lo sanno tutti ormai. Declino di essere l'autore di queste righe.
Gli eccessi e i difetti vanno sempre di pari passo. L'eccesso del niente e' allo stesso tempo difetto del tutto. Un'equazione in cui nemmeno c'e' bisogno di riflettere, piu' facile del respiro, come d'altronde tutta la matematica. Vivo - scrivo vivo perche' voglio capiate, una volta tanto; rinunciando all'astrazione del non esserci, certamente perdonato da chi capisce che la comunicazione e' basata sull'errore e il conseguente abuso/sopruso dell'errore - nell'eccesso del niente. Vivo l'eccesso del niente, che, beninteso, e' composto di continui avvenimenti vegetali che non mi sembra il caso elencare: piccoli insignificanti parassiti, tasselli di un presente appena percettibile. La normalita' e' dappertutto, l'equazione citta' nuova = vita migliore non mantiene quel che promette. In fin dei conti, si tratta pur sempre di uomini, a Trebisonda come a Timbuctu. Non c'e' frustrazione ne' rassegnazione, c'era da aspettarselo d'altronde. Questo non e' il lamento di chi non e' contento, lo sfogo dell'infelice o cacchiate affini. Non c'e' sentimentalismo. Senza sentimento d'altronde e' alquanto improbabile. La vita non mi perseguita, mi lascia in pace come io lascio in pace lei e, di tanto in tanto, mi offre qualche attimo che accetto con indifferenza. Certamente non vivo di questi attimi, tantomento in funzione di essi. Non riconosco nella felicita' un movente degno, i miei modus operandi non sono finalizzati a lei: non sono finalizzati affatto. Ho piu' risposte che domande, piu' certezze che curiosita'. La curiosita' la lascio agli altri, a tutti quelli che se lo chiedono.
Sogno spesso di fare corsa in testa e fermarmi davanti al traguardo per assaporare il dolce e frizzante gusto di un progetto vincente andato in fumo.
Intanto, non avendo di che scrivere, ma costantemente sollecitato a farlo, focalizzo un po' la situazione. Vivo con due egizianoamericani ventitreenni, uno dei quali puntualmente al crepuscolo prova ad infilarsi nel mio letto. La mia inclinazione sessuale pare sia stata questione di parecchie riflessioni tra la cerchia di conoscenti - qui non si chiede al diretto interessato, si fanno teorie e congetture. Dopo aver condiviso il letto con due graziose svedesi ed aver dichiarato il mio amore per una scrittrice egiziana conosciuta non importa come, nonche' per una splendida teenager, sempre e rigorosamente egiziana, credo di aver sciolto il torbido alone che avvolgeva le mie preferenze sessuali. La mia attivita' quotidiana e' centralizzata su dichiarazioni avventate al fine di scandalizzare tre facili provinciali americani. Se dovessi scegliere cosa fare di Ingrid, ne farei una fontana: le piscerei in bocca - golden shower si usa dire qui - e farei fuoriuscire l'urina dai lobi. Vorrei giocare una partita a fifa con la testa di Antonio. Quando vedo Ida penso al suicidio. La compagnia e' tutto sommato accettabile, questo e' quanto mi sono imposto. Attendo tuttavia ancora le conoscenze interessanti. Ecco perche' faro' del marriott la sede principale, nell'attesa che qualche ricca vedova si faccia avanti. Della citta' c'e' poco da dire. Per quel che mi riguarda, guardando fuori dal balcone, non fosse per il Nilo, potrebbe trattarsi anche di Milano. Gatti dappertutto. Palazzi fatiscenti e nefasti in ogni dove - fortunatamente all'interno la situazione migliora. La parte fastosa ricca di monumenti ancora non l'ho vista. Di certo i televisori sono di gran lunga piu' importanti dell'aspetto dei palazzi. Gli egiziani servizievoli, talvolta leccapiedi e candidamente sottomessi e conformati alla divina volonta'. Non appena saro' coinvolto in un evento dissoluto dalla normalita', magari riprendero' a scrivere.
Cortesi avventori, questa non e' l'Africa. Qui l'Africa non esiste, e' morta.
Perche' nella fattispecie non si tratta di me, di me con le 5 lettere del mio nome e le 10 del mio cognome, una cicatrice sull'orecchio e venticinque altri assurdi elementi della mia personalita'. D'altro canto non si tratta, beninteso, mai di me; i rapporti tra me e la gente, non sono mai che rapporti tra me e Dio, e Dio, beninteso, e' ancora me.
Detto cio' cosa volete sapere del Cairo? Bella brutta? a me non importa - sarebbe veramente troppo. Per i prossimi mesi sara' vivibile, e questo e' gia' molto. Attualmente e' tutto - chi lo sa fare, legga tra le righe. Ufficialmente mi occpupo della lingua araba, ufficialmente. Sistemate il cuscino sulla poltrona e mettetevi comodi. Se fossi semplice possessore di una semplicita' innocente, ora non starei scrivendo. Sto scrivendo perche' - ma sto davvero scrivendo? esalo aria, scarico - ancora non hanno tranciato quegl'ingranaggi li' sotto, attraversando la strada. Se avete domande affrettatevi, tendo a dimenticare.
Internet è una grande caserma, volgare e inutile allo stesso modo. La libertà che il mezzo potrebbe offrirci viene usata solo per insultare e scrivere scurrilità. I tanti siti di "letteratura" non sono che la solita discarica in cui si raccolgono gli scarti di una beat generation di maniera. Basta dare un'occhiata a un qualunque guestbook per rendersi conto di quanto sia basso il livello intellettuale dell'utente medio della Rete: nick imbecilli, sfruttamento dell'anonimato per esaltare continuamente la propria presunta potenza sessuale, diatribe calcistiche. Internet è un Bar Sport, un istituto per elettrotecnici, una grande parete di cesso dove si lasciano i peggiori graffiti. Spero che la Rete morirà presto e con essa il mio sito.
Promemoria: me ne fotto.
Il politico si prostituisce al voto.
Io prostituisco le mie idee.
Le mie idee sono le mie puttàne.
Le mie idee non mi appartengono.
Non mi sono mai appartenute.
Mai dire mai. Incidente.
“Andare avanti” per incidenti.
Vado avanti per incidenti.
Quale io? Quest’io.
Quell’io della riga sopra.
Ad ogni riga il suo io.
A questa riga nessun io.
Un io orfano a questa.
Erompe qui un io con potenza orgiastica.
Qui un io dolce, bonario, forte, robusto e logico.
Già che si parla di logica, io non mi trovo molto simpatico.
Uomo che ha perso la memoriaHo indetto uno sciopero della fame, non si tratta così un Reàle! C’è chi indìce scioperi della fame per nobili cause, chi per protestare, chi per procurarsi visibilità, chi per lasciarsi morire (…) e infine c’è ‘sto Reàle che, per protesta contro la protesta, ha indetto uno sciopero della fame. Sì, sciopero della fame; perché cos’è mai lo sciopero della fame? è forse una carta? uno statuto? un modem? un totem? È veicolo della prostrazione dei bramanesimi, degli allocchi e degli sciocchi. La trasmigrazione delle anime dei meditabondi. Quest’animo nobile - che non mi appartiene: mi occupa, che non ho scelto: mi ha scelto - è individuato nell’eloquenza allegorica dello specchio: riflette, rispecchia, riverbera, riluce. Ogni specchio è Reàle. Io sono lo specchio che vi riflette, quindi Reàle. Sono il surrogato della vostra mediocrità, e sono mediocre anch’io in quanto riflesso di mediocrità. E sono stufo. Mi avete stufato. E sono già stufo di esser stufo. Sciopero. Sciopero della fame. Rivolta contro la rivolta. Antirivolta. Lo sciopero della fame - questa prostrazione dei bramanesimi, degli allocchi e degli sciocchi, questa trasmigrazione delle anime dei meditabondi - è un ideale che io ora combatto con lo sciopero della fame, con la più fiacca stanchezza di specchio. Con gli stessi principi che può avere uno che indìce uno sciopero della fame, con lo stesso spirito voyeurista eroico-erotico-perverso di chi si espone e si nuoce in privato nel pubblico. Con la lista della spesa in mano. Con il mio stesso esaurimento, che è poi il vostro. Con la mia più scarsa convinzione, che è poi la vostra. Con le vostre smorfie.
Con la stima e l'amore che voi tutti avete e ostentate,
Specchio Reàle.
Per l’anagrafe nacqui diciannove-bis anni fa. Me lo ricordo ancora come fosse ieri, tanto fui di fretta quella volta. Arrivai all’ospedale nel cuore della notte di un rigido inverno, per le tre. Entrai che stavo ancora al caldo, nel ventre materno, tra succhi maleodoranti vari. Alle sei mi dichiarai presente-assente. Andò tutto molto in fretta, non opposi resistenza, nessun capriccio, appena appena un timido vagìto; avevo voglia di vederlo, ‘sto mondo. L’aspetto cocciuto, il viso imbronciato e l’espressione di un anziano. Il mio primo sguardo fu tutto un programma. Capii e diedi presto a capire che avrei fatto strada. Oggi tutto questo lo rinnego. Forse era meglio restarsene al caldo tra succhi maleodoranti e deiezioni. Pertanto sono uno che non è mai nato - senza novero. Ora lasciatemi nascere a 20 anni. Lasciate che manchi il mio secondo appuntamento con l’aborto: sono un difficile, potete solo ingoiare.
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